25 anni fa. 25 anni oggi. #23maggio 

Cosa facevi 25 anni fa? Cosa fai oggi?  

Domande che facevo a me stessa, in un ennesimo momento “da lacrima infinita”, chiedendomi appunto cosa ero allora e cosa sono oggi. Che sono diventate l’elemento scatenante di un racconto corale. 

Il mio personale bilancio umano di un ciclo che finisce e che mai avrei immaginato 25 anni fa,  quando il 23 maggio avevo già prenotati i biglietti del traghetto verso Palermo, per un’altra lunga estate che mi avrebbe cambiato.

Ci penso oggi, nella solitudine di una nuova vita che non è ancora iniziata e spero inizierà. Prima che finisca tutto, prima che sia troppo tardi.

Penso spesso alle parole di Giovanni Falcone, che ho fatto mie. Pago tutto molto caro. Le scelte professionali e personali, che nella mia vita di impegno non possono che essere la stessa cosa. Io sono questa cosa qui. Lo sa chi mi ha conosciuto allora, lo sa chi mi apprezza, lo sa chi mi ha abbandonato. Lo sa chi, forse, mi odia.

L’estate del 1992 è stata l’estate in cui ho scelto da che parte stare. Delle scelte radicali. Di progetti di vita come di impegno sociale che morivano e altri che sarebbero nati, quasi qualche mese dopo, insieme a chi aveva scelto di starmi accanto.

Cosa non dimentico di quei giorni costellati dalle stragi? Passai cinque settimane in Sicilia. Per me figlia di migranti siciliani al nord, fuggiti dal “sacco di Palermo” è stata la scoperta, quell’estate, del presidio in Piazza Politeama, (poi vennero i lenzuoli bianchi), il toccare con mano come si possa e debba alzare la testa, proprio nei momenti più duri, più disperati.

 Una lezione infinita, da quel popolo spesso identificato in un amaro proverbio, “calati juncu chi passa la china”. Ma che in quei giorni che si è rifiutato di chinarsi e ha rialzato la testa, diventando esempio per tutti gli italiani. 

Ma tornando al “personale politico” ho capito, abbiamo capito, proprio con quelle morti che la mafia era anche dentro lo Stato. Abbiamo capito che le speranze potevano morire in un istante. Ma abbiamo compreso che non si doveva soccombere al dolore. Che si dovevano trovare nuove strade di riscossa. Perché si piange, ci si dispera. Ma dentro di noi c’è la forza di una speranza, di una preghiera, di un cambiamento.

C’è la resilienza, che ci ha fatto aggirare gli ostacoli, che ci fa costruire ponti, che ci fa riconoscere tra simili. Così se mi guardo indietro, alla fine non rimpiango nulla. Tutto quello che avevo in mio potere per cambiare la mia vita e migliorare, secondo i valori di giustizia sociale, quella degli altri, l’ho fatto. Lo sto facendo. E spero di continuare a farlo.

Il prezzo è altissimo. Ma come ho ricordato stamattina a mio figlio, il fare di Giovanni e Paolo ci è stato di esempio. 

E ci dà speranza.  

Giovanni Falcone sulla necessità del “fare”:

 «Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare».

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